comunicazione inclusiva e accessibile - banner di indig communication

Ciao ragazz3! Vi va di presentarvi?

Certo! Siamo Nicolò, Roberto e Carola e siamo fondatori e fondatrice di indig communication. Abbiamo in ordine 29, 25 e 23 anni; siamo padovanə di adozione, ma veniamo in realtà da tre regioni diverse. Proprio a Padova ci siamo conosciutə, e si è creata una profonda amicizia, che è stata la spinta a creare indig.

A parte un’esperienza lavorativa in comune nel mondo del retail, abbiamo background e percorsi di studio diversi, incontratisi poi nel mondo della comunicazione.

Abbiamo scelto di lavorare insieme perché sappiamo di condividere gli stessi valori e la stessa visione del mondo, e così con tanta voglia di cambiare il mondo e la comunicazione digitale (e anche con un pizzico di incoscienza, perché ci siamo proprio buttatə senza pensarci troppo) abbiamo, a dicembre 2020, fondato indig.

Ci parlereste del progetto di indig communication?

Al momento ci occupiamo di divulgazione online sulla comunicazione inclusiva e l’accessibilità digitale, a breve però espanderemo il nostro lavoro offrendo formazioni e consulenze a organizzazioni e professionistə.

Abbiamo appena lanciato un sito (www.indig.info) e una guida che abbiamo scritto, una specie di corso intensivo in formato pdf che spiega come comunicare (in ambito marketing e istituzionale) in modo corretto durante il mese del mese del Pride e in generale quando si toccano temi legati alla comunità LGBTQ+.

In generale ciò che facciamo è lavorare per decostruire le consuetudini culturali che escludono la diversità dalla conversazione, provando a spiegare come si può cambiare il proprio modo di comunicare. Questi temi stanno diventando sempre di più un valore imprescindibile per consolidare la responsabilità sociale di un’organizzazione, contribuendo ad affermare la reputazione di chiunque abbia un’immagine online.

Allo stesso tempo, l’attenzione all’inclusività nel proprio linguaggio costituisce un valore sociale importante che può alimentare un circolo virtuoso di solidarietà, di cui vogliamo essere parte.

Siamo partitə dalla divulgazione sui social network perché essendo parte della quotidianità di moltissime persone oggi, crediamo possa essere un buon modo per far circolare questo tipo di informazioni. Proprio sui social vediamo ogni giorno centinaia di contenuti, per questo crediamo che si possa partire da qui: a volte basta veramente poco perché siano inclusivi e accessibili a chiunque voglia fruirne.

Il team di indig communication

Da sinistra: Roberto, Carola e Nicolò

Per chi non si occupa di comunicazione, scoprire a quanti aspetti diversi bisogna prestare attenzione per comunicare in maniera inclusiva potrebbe essere disorientante, voi come avete cominciato?

Abbiamo iniziato in momenti e per ragioni diverse a interessarci di questi temi, in realtà.

Nicolò ha alle spalle anni di attivismo nell’ambito LGBTQ+, e col tempo ci ha in qualche modo “formato” (spesso senza esserne consapevole) sull’importanza di un linguaggio “corretto”.

Abbiamo, per carattere, tuttə e tre, un forte senso di giustizia nei confronti delle discriminazioni, quindi possiamo dire che la nostra evoluzione come persone che hanno deciso di informarsi e di studiare per essere “migliori” nei confronti di chi, appunto, subisce discriminazioni, ci ha portato a occuparci di questi temi quotidianamente.

Capiamo perfettamente che per chi si approccia per la prima volta a questi temi tutte le informazioni da considerare possono disorientare, confondere, e anche un po’ far perdere la voglia di impegnarsi. Quello che crediamo sia fondamentale, però, è mettersi in discussione sempre, e scegliere di informarsi il più possibile, anche con calma, ma con rispetto.

Crediamo anche che un buon modo di “imparare” sia saper fare un passo indietro, e chiedere scusa. Può capitare di sbagliare, perché è difficile conoscere tutto ciò da sapere per non discriminare o offendere nessunə, ma riconoscere i propri errori e imparare da essi è la chiave per uscirne restando dalla parte giusta.

Nel processo di traduzione ci scontriamo spesso con il dover trovare soluzioni neutre per rivolgerci ai giocator3, per i dialoghi o per dar voce ai personaggi non binari.

Dove l’inglese usa agilmente il they, per l’italiano non c’è ancora una soluzione definitiva: ci spieghereste perché è importante esplicitare i propri pronomi e chiedere quali sono i pronomi preferiti della persona con cui si sta parlando?

La questione del genere neutro in italiano è effettivamente molto complessa, e finché non si trova una soluzione pratica soprattutto per la lingua parlata, l’unica soluzione per rivolgersi alle persone non binarie o alle persone che preferiscono i pronomi neutri, è girare le frasi scegliendo parole e forme neutre, evitando il più possibile le declinazione di genere.

Sempre nel rispetto delle forme linguistiche che le persone di cui parliamo ritengono più adeguate per sé stesse. Ad ogni modo, per quanto sia più difficile rispetto all’inglese, non è un’impresa totalmente impossibile. C’è quasi sempre un modo per uscire dall’impasse linguistico: e alla fine il nostro lavoro è anche questo!

L’abituarsi a esplicitare i propri pronomi, e chiederli alle persone con cui interagiamo, è fondamentale per abituarsi non dare per scontato quello che ci suggerisce l’osservazione.

Chiedere i pronomi, inoltre, dimostra una grande cura nei confronti della persona o delle persone con cui comunichiamo, e aiuta far sentire incluse nella conversazione tutte le persone che utilizzano pronomi neutri, o diversi da quelli che ci si aspetterebbe basandosi – erroneamente – sull’aspetto fisico.

Spesso può essere difficile, per alcune persone, correggere chi sbaglia pronome, chiederli in anticipo quindi può anche aiutare a togliersi da questa situazione di imbarazzo.

Per moltissimo tempo i videogiochi sono stati appannaggio quasi esclusivo dei giocatori maschi bianchi. Tuttavia, da qualche anno a questa parte, le cose hanno cominciato a smuoversi, a volte anche a seguito di eventi traumatici.

Qual è la vostra idea sui videogiochi come mezzo per ampliare la rappresentazione delle categorie discriminate?

Crediamo che la rappresentazione, se buona (evitando quindi personaggi “macchietta”, stereotipi, e altre amenità) sia fondamentale in qualsiasi mezzo di comunicazione di massa.

Non conosciamo benissimo il mondo dei videogiochi, ma considerando la loro diffusione e lo strumento di formazione che rappresentano per moltissime persone, abbiamo la certezza che possano essere un mezzo perfetto per ampliare la rappresentazione di chi, normalmente, non trova spazio nei media.

Inoltre i videogiochi possono essere un ottimo strumento per parlare, con un linguaggio familiare, di temi legati alla discriminazione e alle “minoranze” anche a quella parte di popolazione che è meno attenta a questi argomenti – per mere ragioni culturali: essere uomini in una società patriarcale, cisgender in una società cisnormata, etero in una società eteronormata, bianchi in una società razzista, etc. spesso rende ciechi alle difficoltà di chi si trova in una situazione di non-privilegio rispetto a una o più di queste caratteristiche.

Credete che rappresentare e dare voce a tante categorie di persone diverse possa aiutare anche a sensibilizzare chi non le conosce e ha dei pregiudizi?

Sicuramente sì, con il tempo. I pregiudizi purtroppo non sono mai facili da sradicare, ci vuole pazienza e ci vogliono i linguaggi giusti.
Parlarne e rappresentare sempre di più sicuramente aiuta a non vedere le persone discriminate come lontane dalla nostra esperienza, come estranee, che è spesso è proprio ciò che alimenta giudizi e pregiudizi.

Nella vostra pagina parlate anche di accessibilità, quali sono gli accorgimenti da avere per la creazione di videogiochi e più in generale dei contenuti multimediali?

Esempio di alt text (testo alternativo) su Instagram

Non avendo, purtroppo, una formazione specifica nell’ambito dei videogiochi, suggeriamo qualche accorgimento che riguarda tutti i contenuti audiovisivi.

La prima cosa a cui fare attenzione è evitare la fruizione tramite un solo senso. La regola generale, quindi, è che per i contenuti audio va accompagnato un testo, mentre ai contenuti solo visivi andrebbe accompagnato un contenuto audio, o andrebbe assicurata la possibilità di accedere al contenuto dell’immagine con un software assistivo, come avviene ad esempio quando si inserisce l’alt text a un’immagine.

A livello pratico bisogna quindi includere:

sottotitoli per ogni contenuto parlato, per permettere alle persone sorde o ipoacusiche di comprendere il dialogo (ma anche banalmente per tutte le persone che preferiscono seguire la voce leggendo).

I sottotitoli devono essere chiari e ben visibili, possibilmente con un forte contrasto che li evidenzi rispetto allo sfondo in movimento e con un font semplice e non elaborato. La dimensione inoltre non deve essere troppo piccola.

audio doppiato per ogni contenuto scritto, per permettere alle persone cieche o ipovedenti di accedere a quel testo. L’audio deve essere chiaro e pulito, con parole scandite bene e senza eccessivi rumori di sottofondo.

Un audio chiaro e pulito, così come una scritta chiara e leggibile, con un font semplice, sono accortezze che vanno incontro anche a chi fa più fatica, a livello cognitivo (per qualsivoglia motivo), a concentrarsi sulla lettura, l’ascolto o il processare molte informazioni in poco tempo.

Inoltre, è bene evitare flash e stimoli luminosi per scongiurare reazioni convulsive in persone fotosensibili. Nel caso in cui non sia possibile eliminarli del tutto, è fondamentale avvertire prima dell’arrivo di tali stimoli.

Ma su questo in realtà, per quanto abbiamo potuto constatare, il mondo dei videogiochi è decisamente più avanti rispetto ad altri media.

La pagina IG di @indig.communication è una risorsa preziosa per chiunque sia in cerca di istruzioni chiare e approfondite su come comunicare in modo inclusivo. Avete altre fonti da consigliare?

Noi in primis abbiamo imparato tanto da moltissime persone che seguiamo e conosciamo che parlano quotidianamente sui social della loro esperienza diretta in quanto persone appartenenti a gruppi socialmente discriminati.

Il modo migliore per capire come parlare in modo corretto e rispettoso delle loro esperienze è proprio quello di mettersi all’ascolto.

Abbiamo anche realizzato (e stiamo realizzando) una serie di video-interviste ad alcune di queste persone, che abbiamo pubblicato sui nostri canali. Sono tutte persone che consigliamo assolutamente di seguire: Lunny (instagram.com/lunnylunnylunny), che ci ha parlato di autismo; Chiara Pennetta (instagram.com/the.undeaf) che ci ha parlato di sordità, rispetto al linguaggio ma anche all’accessibilità; Biancamaria Furci (instagram.com/farewell_bi), caporedattrice di Bossy (altra realtà che consigliamo assolutamente – www.bossy.it), con cui abbiamo parlato di fat acceptance e body positivity.

Sempre in ambito inclusività, una delle persone che abbiamo citato di più è forse la sociolinguista Vera Gheno, le cui riflessioni sull’uso inclusivo della lingua sono forse tra le più competenti e interessanti in circolazione (il suo profilo su Facebook è pubblico, mentre il su Instagram si chiama @a_wandering_sociolinguist).

Di profili da consigliare ce ne sarebbero tantissimi; perché no, un buon modo per avere a disposizione una lista di nostri suggerimenti potrebbe essere guardarsi i profili che seguiamo col nostro profilo Instagram!

Ci sono molte pagine che seguiamo che parlano anche di accessibilità sul web; una in particolare si chiama Access Guide (instagram.com/access_guide_).

Su questo tema in realtà esistono anche delle vere e proprie linee guida create dal World Wide Web Consortium che possono essere consultate prima di creare contenuti digitali (queste qui: www.w3.org/WAI/standards-guidelines/wcag).

Comunicazione inclusiva e accessibile - illustrazione di indigcom

Happy Pride Month!